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martedì 9 maggio 2017

Ragione e sentimento di Jane Austen

ATTENZIONE SPOILER



Ragione e sentimento è la prima delle opere scritte da Jane Austen, autrice che non ha bisogno di nessuna presentazione tra gli amanti dei classici. Scritto tra il 1792 e il 1810, fu pubblicato nel 1811 in forma anonima. Il successo fu immediato e da allora l'opera resta una delle più amate di tutti i tempi dando vita anche a numerose trasposizioni cinematografiche e televisive.



Le sorelle Dashwood nel film del 1995 diretto da Ang Lee

Il romanzo racconta la storia della famiglia Dashwood. Rimaste senza dimora, Elinor, Marianne, Margaret e la loro madre si ritrovano a dover accettare l'offerta di un piccolo cottage da parte di un parente, tanto gentile quanto invadente. 
Alcuni dei temi tanto cari all’autrice si presentano fin dalle prime pagine: la società del tempo e le sue convenzioni, l’importanza di un buon matrimonio e la scelta del coniuge giusto.


Inizialmente a colpirmi in Ragione e sentimento furono le due protagoniste, Elinor e Marianne, che come le sorelle Bennett di Orgoglio e pregiudizio hanno molto in comune ma caratteri ben distinti. Appare subito evidente come le due sorelle rappresentino la dicotomia espressa nel titolo.

Elinor, la maggiore delle figliole, [...] possedeva una forza d’animo e una perspicace intelligenza che facevano di lei, quantunque appena diciannovenne, la consigliera di sua madre, e spesso l’avevano messa in grado di controbilanciare [...] quell’impulsività che non di rado spingeva la signora Dashwood all’imprudenza. Aveva cuore eccellente, indole affetuosa e sentimenti vivi e profondi, ma sapeva dominarli. (Cap.1)[1]
E se Elinor è chiaramente la ragione, Marianne non può che essere il sentimento:
Le qualità di Marianne erano sotto molri aspetti, del tutto uguali a quelle di Elinor. Ella era acuta e intelligente, ma esagerata in tutto: i suoi dolori, le sue gioie, non conoscevano la moderazione. Era generosa, gentile e interessante: era tutto, tranne che prudente. (Cap.1)

Nonostante questa conflittualità il rapporto tra le due sorelle è sincero e profondo, sfociando a seconda delle situazioni in brevi schermaglie verbali o lunghe dimostrazioni di attaccamento e affetto. Anche se le diversità si notano fin dagli atteggiamenti più semplici, è nel rapporto con i loro innamorati che emergono con più forza. Elinor vive con pacata riservatezza il suo nascente amore per Edward Ferrars, di cui nel quarto capitolo si arrischierà a dire: « Non nego di avere un’alta opinione di lui. Lo stimo moltissimo, gli voglio bene. »(Cap.4).
Parole fin troppo pacate e controllate che faranno indignare la sorella Marianne la quale arriverà ad accusarla di avere un cuore freddo. Di questo amore così freddo sembrano però accorgersi tutti: da Marianne a Margaret, la più piccola delle sorelle Dashwood; dalla signora Dashwood a Fanny, sorella di Edward, tanto sicura di quell'interesse da prendersi il disturbo di scoraggiarlo e ostacolarlo.

Quando Marianne incontrerà Willoughby, invece, ella non avrà nessun tentennamento e mostrerà senza timore il suo attaccamento anche con atteggiamenti spesso giudicati sconvenienti e eccessivi. Elinor non mancherà di sottolineare l’eccesso di disponibilità della sorella che si difenderà dicendo:

Ho peccato contro l’idea convenzionale di decoro; sono stata aperta e sincera dove avrei dovuto essere riserbata, sciocca, noiosa e falsa; se avessi parlato soltanto del tempo e della condizione delle strade e avessi detto una parola ogni dieci minuti, questo rimprovero mi sarebbe stato risparmiato. (Cap.10)

Questi atteggiamenti tanti diversi si riveleranno comunque molto simili nella capacità  di generare malintesi e fraintendimenti. Marianne e la madre sono infatti certe che ci sia stato un impegno tra Elinor e Edward, così come tutti, a eccezione di Elinor, sono convinti che ci sia stato un fidanzamento tra Marianne e Willoughby. Considerato questo aspetto  una riflessione cominciò a farsi strada: davvero lo scopo della Austen era quello di contrapporre due poli e poi decretare un vincitore?
Senza dubbio il tema di Ragione e sentimento aveva una risonanza culturale e storica che andava ben al di là della trama del romanzo. La Austen iniziò la prima stesura di Elinor e Marianne nel 1792, proprio a cavallo di due importanti movimenti letterari: Neoclassicismo e Romanticismo. Elinor rappresenta le qualità del primo: razionalità, giudizio, moderazione, equilibrio. Marianne, naturalmente, raffigura le qualità del secolo nuovo, associato al culto della sensibilità, senza dimenticare idealismo, eccesso e la passione per la natura: quante volte  Marianne sospira di fronte a un bel paesaggio o pensando «al caro, caro Norland?»


Emma Thompson e Hugh Grant nella parte di Elinor e Edward
Questo romanzo però non può essere visto semplicemente come uno studio di contrasti. Come accennato, questa teoria perde presto la sua consistenza. Difatti, Elinor, pur rappresentando la ragione, non manca di sentimento, e Marianne, sebbene rappresenti la sensibilità, non sempre è sciocca e testarda. Ragione e sentimento più che una tesi da dimostrare ci appaiono, continuando la lettura, come un punto di partenza per uno scambievole dialogo. Elinor imparerà qualcosa da Marianne e Marianne imparerà molto da Elinor.


Qual è allora il tema principale del romanzo? Le riletture avvenute nel corso degli anni mi hanno portato ad amare molto Ragione e sentimento e a trovarlo più simile a Persuasione che a Orgoglio e pregiudizio, «ma malgrado le apparenti somiglianze di contenuto, ogni romanzo della Austen è radicalmente diverso dagli altri. Ogni volta ebbe un’illuminazione [...]. Ogni volta l’atmosfera è diversa, e ci sembra di camminare in un cosmo inventato da un altro creatore»[2].


 Pensando al gioco di coppie creato dalla Austen non è troppo fantasioso dire che il tema proprio di questo romanzo siano le seconde possibilità. Tanto per cominciare la signora Dashwood, madre delle protagoniste, è la seconda moglie del signor Dashwood. Non è dato sapere che fine abbia fatto la prima signora Dashwood ma non è difficile immaginarlo tanto era comune all’epoca morire di parto o comunque in giovane età, e che  le seconde nozze erano altrettanto comuni. Anche il misurato e riservato Edward nasconde nel suo passato un primo amore e un fidanzamento sbagliato, da cui dovrà liberarsi prima di poter chiedere la mano di Elinor. Il colonnello Brandon, la cui età secondo Marianne dovrebbe metterlo al riparo da certi coinvolgimenti, si rifarà di un triste amore finito male e lo farà proprio con la bella Marianne, la quale, a sua volta, troverà in lui equilibrio e serenità dopo la profonda delusione vissuta con Willoughby.


Come scrive Silvia Albertazzi, «la politica matrimoniale è alla base di tutti i romanzi austeniani: in una socità in cui alla donna non sono offerte possibilità di carriera al di fuori della famiglia e le nubili sono viste come un peso sociale, la scelta del marito è la più importante dell’esistenza femminile »[3]. Non solo la possibilità di riscatto economico e sociale, o più semplicemente, una decorosa sopravvivenza, dipendono da una scelta ben ponderata, secondo l’autrice, ma la felicità futura nel suo insieme. Per questo la scelta del giusto consorte, e della giusta consorte, è così importante. In tutte le sue opere la Austen ci mostra quali possano essere gli effetti di un matrimonio avventato. In Orgoglio e pregiudizio, ad esempio,  troviamo il signore e la signora Bennett, sposatisi per un’infatuazione giovanile e piuttosto insofferenti in età matura. Mentre in Ragione e sentimento troviamo due chiari esempi di matrimoni sbagliati. Il primo è quello tra John Dashwood e Fanny, in cui, sebbene il matrimonio di per se sembri funzionare, il carattere del marito viene influenzato in modo negativo da quello della moglie.

John Dashwood non aveva la profondità di sentimento propria agli altri membri della famiglia [...]. Egli non era cattivo d’indole, a meno che la freddezza e l’egoismo non siano prove d’indole cattiva. In genere era stimato, perché si comportava con proprietà nell'adempimento dei propri doveri. Lo sarebbe stato anche di più, se avesse avuto una moglie più amabile; sarebbe divenuto migliore, poiché era molto giovane quando la sposò, e molto innamorato. Ma la signora Dashwood accentuava come una caricatura i difetti del marito: era anche più meschina ed egoista. (Cap.1)

Il secondo è il matrimonio tra Mr Palmer e la figlia di Mrs Jennings, in cui, più semplicemente, marito e moglie sono male assortiti. Anche in questo caso un matrimonio iniziato per amore e poco fortunato. Ciò che più conta, secondo la Austen, per contrarre un matrimonio felice sono il buon carattere e la disposizione di entrambi, e la stima e l’affetto reciproci, senza dimenticare la possibilità di una rendita che garantisca una vita decorosa o meglio ancora agiata.

Per tutto ciò è così importante che Edward non si macchi del disonore di infrangere la parola data e che si giustifichi per la condotta tenuta in passato e per il suo fidanzamento giovanile con la bella Lucy. Solo discolpato di tutto e finalmente libero, Edward può dichiarare il suo amore a Elinor ed esserne all’altezza:

Lucy mi era sembrata un modello di amabilità e cortesia. Era carina, anche , o almeno così credevo allora, e conoscevo tanto poco le donne che non potevo fare paragoni, né scorgere difetti. Visto e considerato tutto quanto, perciò, spero si possa riconoscere che il nostro fidanzamento fu una sciocchezza, come poi si è dimostrato in tutti i modi, ma non fu una stravaganza o una imperdonabile follia. (Cap.49)

Il percorso di Marianne risulta invece più complicato perché più grande è il cambiamento che deve fare. Ella pensava di avere trovato in Willoughby la perfezione dell’amore romantico e passionale che disperava già di trovare ma dopo avere capito il suo errore arriva anche la conferma che il giovane non fosse onesto come tutti credevano. Dopo avere udito il racconto del passato di Willoughby e della sua scelta in favore di un matrimonio di interesse, Marianne, ormai maturata, dice:
Adesso sono perfettamente soddisfatta: non chiedo altro. Non avrei mai potuto essere felice con lui dopo avere saputo tutto quanto, e prima o poi l’avrei saputo... Non avrei avuto confidenza, o stima. Nulla avrebbe potuto cancellare quella storia dai miei sentimenti. (Cap.47)

E con queste parole ottiene anche la benedizione di Elinor, che per tutto il romanzo si è battuta per convincere madre e sorella a preferire atteggiamenti più ragionevoli.

Tu consideri la cosa [...] proprio come va considerata da una mente sana e da un’anima buona, e oso dire che riconosci come me, non solo in questa, ma in molte altre circostanze, ragioni sufficienti per convincerti che il tuo matrimonio ti avrebbe trascinata in molti guai e in numerose e inevitabili delusioni [...]. (Cap.47)

Marianne è alla fine pronta a riconoscere i suoi errori, senza rinnegarli, e grazie a questa maturazione è pronta a apprezzare e ricambiare l’amore del colonnello Brandon. È questa una punizione per le sue azioni o piuttosto un premio? Secondo me si tratta decisamente di un premio. Innanzitutto veniamo a sapere che l’attempato colonnello è un uomo capace di sentimenti profondi e di grande lealtà. La tragica storia del suo amore con Eliza lo rendono sempre più simile col trascorrere del tempo a un eroe romantico che si rivelerà anche generoso nell'offrire un aiuto a Edward, ormai rimasto senza l’appoggio della sua famiglia.

Marianne, dal canto suo, ha già avuto la sua punizione e capisce di essere stata solo lei la causa dei suoi mali, arrivando quasi a causare la sua stessa morte:

Ho ripensato al passato; ho visto nel mio comportamento, sin dall'inizio della conoscenza che stringemmo con lui lo scorso autunno, soltanto una serie di imprudenze verso di me, di mancanza di bontà verso gli altri. Ho capito che i miei sentimenti mi avevano preparato le mie sofferenze, e che la mia mancanza di fortezza nel sopportarle mi aveva condotto quasi alla tomba. [...] Se fossi morta... sarebbe stato un suicidio. (Cap.46)

Ma la Austen non fece di Ragione e sentimento un dramma e «il tono è sempre lieve, il conflitto corre spesso sottotraccia, [...] perchè la commedia le garantisce la struttura perfetta per raggiungere l’obiettivo prioritario: analizzare alcuni meccanismi di funzionamento del comportamento umano, sopratutto di quello femminile»[4]. In questo senso Ragione e sentimento appare un po’ il capostipite di due modelli. Il primo, quella della ragazza un po’ avventata, come lo sono Marianne, la Mary Bertam di Mansfield Park e Catherine Morland in Northanger Abbey; e il secondo, la ragazza pragmatica e di carattere come Elizabeth Bennett, Emma, Anne Elliot e, prima di tutte, Elinor.












[1] Tutte le citazione sono tratte da Ragione e sentimento, Bur, 2007, traduzione di Beatrice Boffitto Serra
[2] Pietro Citati, introduzione a Ragione e sentimento, Bur 2007, pp.7
[3] Silvia Albertazzi, in R. Bertinetti (a cura di), Breve storia della letteratura inglese, Torino, Einaudi, 2004, pp.182
[4] R. Bertinetti, introduzione a Persuasione, Torino, Einaudi, 2011, pp.11

mercoledì 2 novembre 2016

La mite di Dostoevskij

Dostoevskij non ha bisogno di presentazioni e tutti quanti lo conosciamo per i suoi grandi capolavori da Delitto e castigo a L'idiota, fino a I fratelli Karamazov (anche se magari li conosciamo solo di fama).
Oggi vorrei parlarvi di uno dei suoi racconti, La mite, contenuto in quello zibaldone dostoevskijano che è Diario di uno scrittore.
La storia si ispira a un fatto di cronaca: la giovane Maria che, recatasi da Mosca a Pietroburgo contando solo sulle forze, si gettò dall'abbaino di un palazzo stringendo a se un'immagine della Vergine.
Dostoevskij avvia la narrazione a tragedia già avvenuta:
       
                "Ecco, finchè lei è qui, tutto va ancora bene: mi avvicino e la guardo ogni minuto;
                 ma domani la porteranno via e come farò quando rimarrò solo?"

Il narratore parla a ruota libera ripercorrendo la loro storia: il primo incontro, il desiderio di salvare la giovane dal controllo delle due zie e dall'obbligo di un matrimonio non voluto, il matrimonio salvatore e la spirale drammatica.
   
                 "Chi cominciò per primo? Nessuno. Cominciò da sé fin dalla prima mossa."

L'entusiasmo iniziale di lei viene piegato dalla freddezza di lui fino a portarla alla ribellione e alla malattia.
Ma come cresce questa ostilità coniugale? Non ci è dato saperlo. Dostoevskij infatti non credeva nelle spiegazioni logiche o psicologiche degli avvenimenti umani.
Ed è proprio questa assenza di spiegazioni il filo conduttore del racconto che si snoda lungo le domande e i dubbi del narratore che finisce col passare in secondo piano rispetto alla mite, vera protagonista.
La vicenda, di estrema semplicità narrativa, si rivela di inestricabile complessità psicologica e la mite pian piano si trasforma in una donna determinata, per nulla disposta a scendere a compromessi.
In poche pagine Dostoevskij riesce anche questa volta a raccontare l'animo umano e le sue profondità. Un'occasione per scoprire questo grande autore o per conoscerlo meglio.

lunedì 19 settembre 2016

Suite francese di Irène Nèmirovsky

Non mi capita spesso di usare certi termini, ma Suite francese è un capolavoro.
La storie della stesura meriterebbe di per se un libro.

L'autrice, Irène, nasce a Kiev nel 1903, in una famiglia dell'alta boghesia ebraica. Nel 1918 la famiglia Nèmirovsky è costretta però a lasciare la Russia a causa della Rivoluzione e si trasferisce a Parigi dove vivranno comunque una vita agiata. Durante gli anni '20 , Irène pubblica i suoi primi racconti e inizia la sua carriera di scrittrice. Nell'autunno del '39, per sfuggire agli orrori della guerra, Irène, assieme al marito e alle due figlie, si rifugia in Borgogna, dove inizia la stesura di Suite francese che verrà bruscamente interrotta dalla deportazione dell'autrice. Gli appunti e quanto già scritto viene salvato dalle figlie che si erano rifugiate presso amici per scampare all'arresto e che daranno alle stampe il romanzo nel 2004 restituendo alla madre il meritato posto tra i grandi scrittori del '900.


Nelle intenzioni iniziali dell'autrice, l'opera doveva essere composta da 4 o 5 parti a cominciare da Temporale di giugno, in cui si racconta "la disfatta della Francia nel giugno del 1940, la paura, l'esodo, lo sciame impazzito, il sordido egoismo, rari esempi di umana virtù."
"Va bene Dolce", scrive Irène nei suoi appunti, "per il secondo movimento, piano, pianissimo: l'occupazione tedesca, la vita quotidiana, la Storia e le storie."
Tutto ciò veniva scritto mentre la Storia accadeva e stupiscono il distacco e la grande capacità di analisi dell'autrice.
Questa sinfonia, da cui il titolo Suite, ispirata ai movimenti della musica classica, si apre descrivendo la repentina avanzata ei Tedeschi in Francia che entrarono a Parigi il 14 giugno 1940.
Vasta e variegata è l'umanità che si ritrova a fuggire e per meglio descrive questa moltitudine, la Nèmirovsky si affida al contrasto, al confronto tra le varie classi sociali e le loro ppreoccupazioni, spiegandoci la miseria con la ricchezza e vice versa.


Come spiega nei suoi appunti:
         "Da qualche anno tutto quello che si fa in Francia nell'ambito di una certa classe sociale 
          ha un solo movente: la paura. E' stata la paura a provocare la guerra, la sconfitta e la 
          pace attuale. [...] Vi è un abisso tra la casta dei nostri dirigenti attuali e il resto della 
          nazione. Gli altri Francesi, avendo ben poco da perdere, hanno meno paura. Quando 
          la vigliaccheria non soffoca più negli animi i buoni sentimenti, questi possono fiorire."

La seconda parte del romanzo, intitolata Dolce, è diversa: lasciamo il fiume di fuggiaschi e ci fermiamo in un piccolo paese dove molte famiglie sono costrette a dare alloggio agli ufficiali tedeschi, mentre padri, mariti e figli sono morti in guerra o prigionieri del nemico.
Non è più un coro di voci ma è la storia di Lucile a portare avanti il racconto, "è un po' come la musica in cui si sente a volte tutta l'orchestra, a volte il violino solo." Il ritmo si placa e la vita, per quanto possibile, va avanti.
La Nèmirovsky stupisce nel rendere comprensibile il rapporto coi soldati tedeschi, a loro volta solo persone e vittime della guerra. Sarebbe stato più semplice, ma meno realistico, attribuirgli il ruolo dei cattivi.

Un'immagine tratta dal film ispirato al romanzo Suite francese
E qui la storia si interrompe, purtroppo per noi, e solo dagli appunti lasciati dalla scrittrice riusciamo a intuire quello che sarebbe stato il seguito. Un libro senza finale quindi? Non proprio, anche in questo il romanzo sembra descrivere la realtà della guerra, con tante, troppe vite lasciate senza finale, incomplete.
Un romanzo universale, scritto con uno stile elegante, privo di fronzoli ma riccamente espressivo, quasi pittorico o fotografico.
Una fotografia estremamente nitida di un periodo storico drammatico, un ritratto in bianco e nero di grande impatto emotivo e valore artistico.